Montalto Ligure (IM)

17 Agosto 2004

Commemorazione del 60° Anniversario dell'eccidio di Montalto


Era il 17 Agosto 1944 e per Montalto Ligure, un paesino sulla strada che da Imperia conduce verso Triora, fu il giorno del sangue e della paura: 

"Fu una rappresaglia gratuita - racconta Sergio Clemente, 73 anni animatore del Gruppo di Ricostruzione Storica M.V.C.G. di Sanremo - decisa per vendicare cinque tedeschi uccisi dai partigiani a Badalucco 24 ore prima. Ma a pagare furono sacerdoti, contadini, vecchi, persone inermi che non avevano nulla a che fare con la Resistenza." 

Sergio Clemente,testimone dei fatti, all'epoca della tragedia era un ragazzo di tredici anni e racconta: "Il Reparto tedesco incominciò ad ammazzare a Dolcedo risalendo la collina. Poi fu all'Acquasanta, dove vennero uccisi i due sacerdoti; quindi le esecuzioni continuarono nelle campagne del Monte Faudo, infine in paese. 

Il Tenente tedesco che li comandava, era un medico, portava la croce rossa sul petto: con i tedeschi c'erano anche i Repubblichini del Battaglione San Marco ma non spararono a nessuno; cercarono anzi, di frenare la rabbia di quel comandante assetato di sangue." 

Tratto dall'articolo del Secolo XIX del 17.08.2004

                                    

 Sergio Clemente nell'Agosto 1944                              Sergio Clemente oggi


MONTALTO  LIGURE   17 agosto 1944

Anche io…amarcord   (La storia vissuta in prima persona)

 

 

 Dall’estate 1974 frequento ed organizzo raduni di veicoli militari in Italia, ed all’estero, dove credo di potermi considerare un pioniere.

All’estero, in Francia, in Belgio ed in Olanda  ho partecipato a raduni commemorativi, a vere e proprie celebrazioni rievocative di battaglie, di sbarchi, di vittorie, di disfatte, di liberazioni, ove lo scopo ultimo era quello di ricordare ed onorare episodi in cui determinate città, paesi o persone  erano state coinvolte nel turbine della seconda guerra mondiale.

Inizialmente eravamo pochi e disorganizzati ma, nel corso di un trentennio, il gruppo di appassionati da me costituito é passato da minuscola entità ad omogenea compagine, capace di costituire  veri e propri picchetti d’onore con figuranti in perfetta uniforme d’epoca (estiva od invernale a seconda del periodo) con repliche di armi, o materiale disattivato, stendardi e ove possibile trombettieri.

In più circostanze abbiamo destato ammirazione ed…invidia, soprattutto oltr’alpe.

Ma anche nella perfezione noi del M.V.C.G. di Sanremo sapevamo di essere degli ospiti, dei figuranti, e provavamo sempre un recondito senso di inferiorità nei confronti dei reduci, dei protagonisti, di coloro che quegli episodi, quelle giornate, quei drammi li avevano effettivamente vissuti

Io però, nel biennio 1944-45, fui partecipe di un episodio terribile durante la guerra civile, che penso sia equivalente alle tante circostanze belliche che, nel corso dei tanti raduni fatti, ci siamo trovati a celebrare all’estero.

Nell’estate del 1944 io mi trovavo, con i miei genitori, sfollato in Montalto Ligure, un grazioso e pacifico paese della valle Argentina, in provincia di Imperia.

A causa di continui attacchi proditori, portati dei partigiani ai locali presidi tedeschi e repubblicani, da tempo questi erano stati ritirati sulla costa, poiché la valle in effetti non rivestiva particolari valori strategici.

I partigiani inoltre, per evitare possibili sorprese, avevano fatto saltare alcuni ponti ed alcuni tratti della strada provinciale affinché il collegamento con la costa potesse avvenire solo pedonalmente..

Ovviamente sia le forze tedesche che quelle repubblicane, quando necessario, malgrado queste interruzioni, percorrevano in lungo ed in largo la vallata, pur correndo il rischio di improvvise imboscate.

Nel vicino paese di Badalucco, a sud di Montalto, aveva costituito la propria base una banda di partigiani Garibaldini (di fede comunista), quasi tutti locali, comandata da un certo “Artù”, mentre ad est, sulle colline, al passo di Vena, aveva la propria base altra banda Garibaldina, “La Peletta” che prendeva il nome del suo comandante, ed era composta soprattutto da partigiani di origine imperiese. 

Ebbene in quella lontana estate del 44, in Montalto e nella valle Argentina la vita trascorreva in precaria tranquillità, disturbata solo da qualche uccisione isolata e dal timore di possibili rastrellamenti, che però sino a quell’agosto non si erano ancora verificati.

Ad interrompere questi idilliaci equilibri arrivò la notte tra il 14 e 15 agosto, quando gli Anglo Americani, preceduti da violenti bombardamenti aerei e navali sbarcarono in Provenza.

Fummo svegliati dal cupo brontolio lontano delle esplosioni e restammo soprattutto impressionati dal chiarore formatosi nel lontano orizzonte.

Ovviamente nessuno aveva l’udito stereoscopico, per cui tutti comprendevamo che là a ponente stava accadendo qualche cosa di apocalittico, ma non era assolutamente concretizzabile se il teatro di quell’infernale concerto fosse Sanremo, Ventimiglia o qualche località francese.

La nuova situazione strategica però impose ai tedeschi la immediata verifica viaria di tutte le vallate al fine di ottenere una quadro preciso per le possibili vie di ritirata, qualora lo sfondamento alleato avesse raggiunto la Provincia di Imperia.

Per questa ragione, già nel pomeriggio del 16 agosto, un plotone di genieri tedeschi si mosse dalla città di Taggia, per effettuare una verifica delle esistenti demolizioni, di ponti e strade, nella valle Argentina.

La banda di Artù uscì dall’abitato di Badalucco ed andò ad attendere i genieri in località “Murin de Bià” (Mulino di Bianchi, oggi Cà Mea dal nome di un caratteristico ristorante).

All’imboscata parteciparono anche elementi della Banda Peletta che, avvertiti dell’avvenimento  velocemente discesero dai monti in aiuto dei compagni di fede.

Il combattimento non ebbe particolare storia, giunti a tiro i genieri furono accolti da raffiche di mitragliatrici e fucileria e qualche colpo di mortaio, ed al termine della sparatoria restarono a terra cinque militari tedeschi, mentre due feriti vennero catturati, portati a Badalucco ed affidati alle cure delle suore del locale asilo.

Il resto della truppa, con altri feriti, tra cui l’ufficiale, erano riusciti a guadagnare la via del ritorno e rientrare a Taggia.

Tra i partigiani non si annoverava nemmeno un ferito.

La sera fu un tripudio di trionfalismi, in quanto esistevano anche partigiani e fiancheggiatori a Montalto che militavano nella banda Peletta o svolgevano solo ruoli di informatori e staffette; tutti ebbri di vittoria  assicuravano che mai più un tedesco avrebbe risalito la Valle Argentina.

Gli anziani del paese e mio padre, ex ufficiale di carriera, non condividevano affatto questa euforia e si chiedevano preoccupati : “quali provvedimenti avrebbero preso i tedeschi? ci sarebbe stata rappresaglia? dove questa avrebbe avuto luogo?”

Con puntualità teutonica all’alba del 17 agosto da Imperia si mosse un reparto di Alpen Jager (alpini tedeschi), un reparto della Divisione San Marco (di recente rientrata dall’addestramento in Germa- nia) ed un reparto della GNR (Guardia Nazionale Repubblicana).

Questo gruppo di combattimento, con mirato obbiettivo di piombare sui luoghi dall’alto, e non percorrere la pericolosa valle Argentina, si portò a Dolcedo da dove raggiunse la località Santa Brigida, ubicata  oltre la dorsale montagnosa che divide la vallata di Imperia da quella Argentina, e qui ebbe inizio la tragedia.

I militari tedeschi, comandati da un ufficiale particolarmente animoso, privo di scrupoli e certamen te assetato di vendetta, uccisero tredici contadini che si trovavano nei prati a falciare il fieno, sul versante est della montagna.

Già di primo mattino erano giunte ai nostri orecchi il rumore di ripetute raffiche di MG, ed il catteristico Ta-pum dei mauser K98, ma per noi ignari era ancora un nembo che batteva lontano.

Io fui presente, alle dieci del mattino circa, al passaggio di due partigiani provenienti da Badalucco, che, correndo, attraversarono l’abitato di Montalto pronunciando un laconico avvertimento ; “Vi vengono a trovare”.

La profezia del mio genitore e degli anziani del paese si stava dunque avverando con implacabile realtà, altro che “fischia il vento..”, una intera cittadinanza era stata abbandonata alle tremende  conseguenze di una spietata rappresaglia.

La colonna Tedesca iniziò la discesa del versante ovest per raggiungere Montalto percorrendo le località Binelle, Castellarone, Evria sino a raggiungere il Santuario di N.S. dell’Acqua Santa.

Lungo la strada incontrarono ed uccisero due contadini ultrasessantenni, quindi giunti al santuario uccisero un sacerdote lituano, Don Stanislao Barthus, ed il Chierico Mario Bellini.

Io pur se solo  tredicenne conoscevo ed avevo avuto occasione di parlare con tutte e quattro queste povere vittime, nei mesi precedenti quella maledetta data.

Dal Santuario, che dista poco più di un chilometro dall’abitato del paese, iniziò  l’avvicinamento della colonna composita verso Montalto che si faceva precedere da colpi di mortaio che finivano, con secco schianto, sui tetti dell’abitato, mandando in schegge le caratteristiche coperture in ciappe.di ardesia.

Il passaggio del gruppo di combattimento era coronato, oltre che dalle vittime avanti descritte, dal fumeggiare di casolari in fiamme.

Di partigiani neppure l’ombra, sembrava che fossero svaniti nel nulla.

Verso le ore tredici molte persone, tra cui io e mia madre, ci trovavamo raccolti sulla piazza della chiesa, attorno al parroco don G.B. Lanteri che aveva fissato ad un bastone una tovaglia bianca.

Preceduti dal tipico passo di scarponi chiodati vedemmo apparire da un carruggio tre tedeschi in tenuta cachi, pantaloni corti, bergmutze con edelwais, armati di machine pistole.

Uno di questi, oltre alle spalline di ufficiale, portava sul petto una croce rossa; era un ufficiale medico!

Iniziò subito un accesa discussione con il parroco, in quanto l’ufficiale tedesco chiedeva ove fossero i soldati tedeschi catturati, e non voleva credere che questi fossero a Badalucco.

Sopraggiunse da altro carrugio un quarto tedesco, armato di mauser K98 accompagnato dal segretario comunale, che aveva incontrato ed arrestato per caso, in una delle strade del paese.

Il povero segretario sorrideva ma, quasi presagisse cosa il destino gli stava riservando, era di un colore cinereo e guardava tutti noi con occhio smarrito.

Alla domanda “lei chi è” rispose semplicemente :”sono il segretario comunale”.

Senza altro chiedere il tenente tedesco annunciò a mò di tribuno : “conoscere voi prete alto lituano?

non c’è più, io l’ho ucciso”.

Quindi con fare perentorio ordina : “donne e pampini via, gli uomini restare qui !”

Io terrorizzato, più per una possibile interpretazione di disubbidienza che per il potenziale pericolo,

 

 cerco di chiedere in che categoria dovevo considerarmi (ero già alto un metro e settantacinque e portavo i pantaloni lunghi); ma prima che il tenente mi udisse sentii le mani di mia madre che letteralmente mi trascinarono nel porticato che portava a casa nostra sussurrando agitata : “Vieenii Viia !”.

Mentre percorrevamo il porticato di corsa, tra l’urlio delle donne terrorizzate, udii alcuni colpi, che nella confusione del momento sembravano martellate nel pannello di una porta, ma purtroppo erano colpi di pistola.

Mi voltai istintivamente e vidi il segretario che, sbracciando nel vuoto, si abbatteva sul lastricato della piazza, intravidi il parroco che si precipitava verso il porticato ed udii distintamente il colpo di fucile “ta-Pun”; era l’arma del quarto tedesco, quello che aveva condotto in piazza il segretario comunale.  

Questo colpo fortunatamente ferì soltanto il parroco, alla gamba sinistra, ma non fu letale perchè il povero sacerdote riuscì di corsa ad entrare in canonica, raggiungere la sacrestia, gettarsi dalla finestra (secondo piano), riceversi sulla terra ed infilarsi in una conigliera di cm. 60 x  80 da dove fu estratto solo a sera avanzata.

Arrivati a casa restammo in trepidante attesa circa una ora quanto udimmo bussare violentemente alla porta.

Io e mia madre andammo ad aprire; fuori vi erano una diecina di Alpen Jager con un sottufficiale che ci imponevano di uscire…raus  raus; le loro intenzioni erano intuibili “bruciare la casa”.

A questo punto interviene mio padre, sessantenne, tenente colonnello al riposo, con oltre quaranta anni di servizio, che con documenti in mano urla al sottufficiale tedesco di  volere parlare con un ufficiale, con chi comandava la spedizione.

Il riflesso condizionato del tedesco al cospetto di un ufficiale scattò immediato, ci disse che il comandante era in plazen (piazza) ed ordinò ad un soldato di accompagnarci  sorvegliandoci.

Ma il povero soldatino, che era più frastornato che bellicoso, si lascio guidare da noi, in quanto non conosceva con esattezza la ubicazione della indicata plazen.

Fu così che inizialmente andammo sulla precedente piazza, dove trovammo solo il cadavere del povero segretario comunale, riverso a terra, in un lago di sangue.

Per intuizione ci recammo sulla strada carrozzabile dove vedemmo elmetti italiani; erano marò della Divisione San Marco.

L’ufficiale era seduto in un magazzino, con il capo tra le mani, senza elmetto e ci ricevette in modo garbato ma con atteggiamento rassegnato, premettendo immediatamente che chi comandava era il tenente tedesco.

Su richiesta di mia madre acconsentì che un sergente si recasse a casa nostra dove, accompagnato da me e mia madre, sorridendo e scherzando, invitò il sottufficiale tedesco a non compiere atti ostili nella nostra abitazione.

L’atmosfera cambiò radicalmente, tanto che il sottufficiale tedesco, togliendo la chiave dalla toppa  chiese a mia madre se voleva chiudere la casa.

Ovviamente mia madre rifiutò decisamente, facendo riferire dal sergente della San Marco che parlava tedesco, di avere fiducia nella onestà dei militari germanici.

Le parole, tradotte, ebbero effetto magico e la casa fu salva!

Tornammo dal tenente della San Marco e questo, assai preoccupato per la possibile sorte che poteva toccare a mio padre, volle accompagnarci personalmente dal tenente tedesco perché, conoscendo il soggetto, temeva reazioni imprevedibili.

Causa le continue precipitazioni atmosferiche di quel giorno, questo ufficiale si era sistemato in un magazzino al piano strada di una costruzione sulla piazzetta del Rondò, dove trovasi il monumento dedicato ai caduti del paese.

All’interno del locale oltre al podestà, al veterinario ed altre persone, nell’angolo in fondo vidi due giovani sconosciuti, con due biciclette, pallidi che ci guardavano con aria terrorizzata.

Solo dopo la tragedia seppi che si trattava di due Taggesi venuti a Montalto con intenzione di cambiare farina con olio.

Il tenente chiese al collega della San Marco chi fossimo, ci analizzò con sguardo freddo e tagliente quindi manifestò l’intenzione di condurre mio padre a Taggia per ulteriori accertamenti, ed accortosi che era in pantofole lo invitò ad andare a cambiare calzature.

Il tenente della San Marco, decisamente un bravo uomo, ci lasciò dicendo : “Colonnello ora vada a casa e ci metta molto tempo ad infilare quegli scarponi,  noi tra poco ci metteremo in marcia e nessuno avrà tempo di pensare a Lei”, ci salutò militarmente e si allontanò per raggiungere i suoi uomini.

Quando eravamo a circa cento metri dal magazzino udii una raffica e voltandomi vidi cadere, davanti al monumento, uno dei due giovanotti sconosciuti, mentre l’altro in un disperato tentativo di salvare la vita tentò di fuggire correndo ma, a sua volta, venne abbattuto da una raffica di machine pistole.

Questa é l’esperienza  bellica da me vissuta all’età di tredici anni.

Giunto il 2004, a sessanta anni esatti dai fatti raccontati, ho deciso di concretizzare il desiderio che da tempo covava in me : ” fare deporre quattro corone nei luoghi dove caddero quelle povere vittime, il tutto beninteso nell’ambito di cerimonia civile e religiosa, picchetto d’onore e trombettiere che suonasse il silenzio fuori ordinanza”.

L’entusiasmo dei componenti dell’M.V.C.G. di Sanremo, l’intervento del parroco Don Rubino e soprattutto la fattiva collaborazione del sindaco di Montalto, delle autorità comunali e della locale pro-loco hanno reso possibile le desiderata celebrazione, condivisa anche dalla popolazione.

Difficile descrivere l’atmosfera che mi circondava quando è stata deposta la corona nella piazza della chiesa; con le note del silenzio, per un attimo, sono scomparsi tutti i presenti ed intorno a me c’era di nuovo mia madre che mi guardava con la sua amorevole preoccupazione, c’era il povero segretario con il suo volto terrorizzato, c’era il caro parroco Don Lanteri, c’erano gli altri  e... c’eri anche tu tenente medico assassino che con il tuo nefando operato non solo hai macchiato la tua coscienza di uomo, ma hai anche disonorato l’uniforme di ufficiale che indossavi.

Ora potrò andare di buon grado a partecipare a qualunque cerimonia in Italia o oltr’alpe perché ho finalmente onorato degnamente quei caduti per i quali ho sempre provato un profondo, sincero, affettuoso e rispettoso ricordo.

 

Sergio Clemente


Organizzazione e partenza


Viaggio e arrivo a Montalto


La commemorazione al santuario dell' Acqua Santa


Il pranzo


Le altre commemorazioni

Foto by

Mike Reano

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